sabato 24 maggio 2025

Attualità di Nicea 325: Gesù e la verità della rivelazione di Giuseppe Lubrino

 


Professione di fede: 


Credo in un solo Signore, Gesù Cristo,

unigenito Figlio di Dio,

nato dal Padre prima di tutti i secoli:

Dio da Dio, Luce da Luce,

Dio vero da Dio vero,

generato, non creato,

della stessa sostanza del Padre;

per mezzo di lui tutte le cose sono state create.

Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo,

e per opera dello Spirito Santo

si è incarnato nel seno della Vergine Maria

e si è fatto uomo.


La verità della fede non è piovuta dal cielo ma è il frutto di un “processo”, di un cammino costante della Chiesa e dei suoi rappresentanti verso la ricerca e la pienezza della verità. La fede è cammino, dinamismo, apertura, solidità, chiarezza espositiva. Queste caratteristiche ben le si possono comprendere se si guarda agli sviluppi del Cristianesimo dei primi secoli. La verità della Rivelazione contenuta nella Bibbia e nella Tradizione Apostolica e Patristica non è stata definita e accettata una volta per tutte. Nel lungo corso della storia la fede è stata soggetta ad interpretazioni e chiarimenti che, in qualche modo, hanno reso il ‘credere’ quanto più possibile vicino alla verità piena e matura così come essa è stata trasmessa dagli Apostoli. 

Il terzo e il quarto secolo d.C. costituiscono periodo ‘aureo’ per la fede. L’editto di Milano 313 (non rese il Cristianesimo religione di Stato ma ne preparó le ‘condizioni’ che porteranno all’editto di Tessalonica 380), pose fine alle persecuzioni tra cui le più cruenti furono quelle durante l'impero di Nerone (58-68 d.C.)  e durante l’epoca di Diocleziano (284-305 d.C.). Con l’avvento dell’imperatore Costantino I detto il Grande (306-337 d.C.) le persecuzioni terminarono e si inaugurò per  il Cristianesimo la stagione della grande fioritura. È il tempo dei grandi Concili ecumenici, è l’ora della stabilizzazione e della sistematizzazione delle verità della fede. 

Costantino il grande nel 325 a Nicea convoca il primo Concilio Ecumenico perchè si definisse la natura di Gesù Cristo e la sua relazione con il Dio Padre. Lo scenario di Nicea è solenne, il Cristianesimo finalmente è libero dalle persecuzioni che, come si sa, ebbero un effetto domino poichè anziché reprimere la fede contribuirono a diffonderla grazie alla testimonianza dei martiri. I protagonisti di questo grande avvenimento sono: Ario presbitero e teologo dalle originibarbare diede impulso all’eresia dell’arianesimo.

L’ Arianesimo è  la teoria del subordinazionismo che prende avvio da una cultura proveniente dall’ambiente ellenistico-egiziano con forti influenze del neoplatonismo. Ario voleva porre un divario tra Dio e l’Uomo Gesù al fine di ‘salvaguardare’ in maniera ‘intatta’ la trascendenza divina. Nel mondo antico era, infatti, inconcepibile l’idea che l’umano e il divino potessero fondersi. Pertanto l’evento dell’Incarnazione del Verbo così come presentato dal Nuovo Testamento creava problemi, risultava scomodo per la concezione culturale antica. La rivelazione biblica e, in modo particolare, il Nuovo Testamento costituiscono una vera e propria rivoluzione in tal senso. 

Ario sosteneva che Gesù, Figlio di Dio non ha la stessa “essenza/sostanza” del Padre (non è consustanziale). Pertanto, non è Eterno perché è stato ‘generato/creato’ dal Padre. Ciò significa che il Verbo di Dio, Gesù ha avuto un “principio nel tempo” da Dio Padre. 


A tali postulati energicamente si oppose il grande teologo Atanasio di Alessandria.  Egli, utilizzando la Bibbia in chiave apologetica (cf. Gv 1,1-3; Col 1,15; Fil 2,6-11) e avvalendosi di alcune categorie filosofiche, dimostra che Gesù è Eterno e “consustanziale” al Padre ovvero della stessa “essenza/sostanza”. Gesù è Dio allo stesso modo e sullo stesso livello del Padre. All’interno della vita divina non vi è il ‘tempo’. Gesù è homooùsios (consustanziale) al Padre. Commentando il prologo giovanneo Atanasio afferma che Cristo ha ricevuto la ‘generazione’ dal Padre in maniera ontologica e nell’eternità. Si afferma il “principio” atemporale. Gesù prima della creazione è stato “generato” e ha concorso all’opera creativa con il Padre e lo Spirito Santo. Gesù è coeterno al Padre, è il Creatore e Signore dell’universo. Nella pienezza dei tempi (cf. Gal 4,4; Gv 1,14) ha assunto la natura umana per salvare l’uomo mediante la redenzione. 


Giambattista Vico (1668-1774) da buon napoletano sviluppa la celebre teoria: “Corsi e ricorsi storici”, La storia umana è caratterizzata da un “ciclo ripetitivo” che si alterna tra periodi di progresso e di decadimento. 


La figura di Gesù Cristo in ogni epoca storica viene in qualche modo posta in discussione ed è sottoposta al vaglio della verifica circa l'autenticità della sua persona e del suo messaggio dalle correnti culturali dominanti. Nella sostanza si può ritenere che le due tendenze ricorrenti sono sempre le stesse: o si accentua la natura divina di Gesù a discapito di quella umana o si pone l’accento sull’umanità di Gesù trascurando e ponendo ai margini la sua natura divina. Negli ultimi tempi, ad esempio,  la teologia contemporanea ha esasperato la natura umana di Gesù quasi al punto da rendere il Verbo di Dio (cf. Gv 1,14) “Uno tra tanti”. Nicea a millesettecento anni di distanza, vuole ricordare all’ortodossia odierna chi è Gesù e come Egli sta rispetto al Dio Padre. Il Concilio di Efeso (431) da parte sua sottolinea il carattere dell’unione ipostatica di Gesù affermando che Egli è sia completamente uomo che completamente Dio (Cf. Col 2,9).  Il concilio di Calcedonia (451) contro la teoria del monofisismo che riconosce in Gesù la sola natura divina negando quella umana, propone,invece, il criterio adeguato e ancora attuale per ‘inquadrare’ correttamente, alla luce della Rivelazione, la Persona di Gesù. Ecco la celebre definizione conciliare: 


“Gesù Cristo è una sola persona con due nature, divina e umana, che sono unite senza confusione, senza cambiamento, senza divisione e senza separazione” 


In medio stat virtus! 


La fede insegna e sollecita nei credenti l’acquisizione e lo sviluppo di un giusto equilibrio. Tale ‘equilibrio’ non resta “incatenato” solo nelle idee ma ha delle implicazioni concrete nella vita dei credenti. In tal senso, si pensi ad esempio alla celebre formula del sacramento del Matrimonio secondo il rito cristiano: 


"Io, [Nome sposo/a], accolgo te, [Nome sposo/a], come mia/o sposa/o. Con la grazia di Cristo, prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita".


La promessa della fedeltà nonostante si riconosce la precarietà dell’esistenza. Non si esclude la possibilità che nel corso del tempo’ possano emergere all’orizzonte della vita delle avversità. La fede cristiana - adeguatamente intesa - non paralizza i credenti tra le gabbie del ‘dogma’ ma possiede un dinamismo intrinseco che conferisce ad essi la facoltà di acquisire una capacità di resilienza adeguata per affrontare le sfide della vita. L’equilibrio enunciato dalle verità della fede comporta in maniera evidente delle implicazioni sulla vita dei credenti. Essi assurgono come criterio di atteggiamento di vita la logica che domina il dogma e possono sviluppare ed acquisire relazioni interpersonali solide. Il valore della fedeltà - ad esempio - risuona incessante in un tempo in cui le relazioni interpersonali sono caratterizzate dalla liquidità e dalla precarietà. Intendere Gesù così come il Vangelo e il Magistero lo presentano significa imparare ad apprendere la sapienza della vita che, inevitabilmente, conduce alla felicità. 


Riferimenti bibliografici

  • (Cf. Theodor Schneider (a cura di) Carlo Danna, Nuovo corso di dogmatica. Prolegomeni. Dottrina su Dio. Dottrina della creazione. Cristologia. Pneumatologia (Vol. 1), 1 gennaio 1995 (2 Edizione), Queriniana, pp.704). 
  • - V. Bertolone, Camminare sperando, il Giubileo del 2025 nella luce di Nicea, Edizioni La Valle del tempo 2025, pp. 176

martedì 20 maggio 2025

Giovani, Fede e Identità: un percorso di crescita con Benedetto XVI - dí Giuseppe Lubrino


Come scopriamo fin dalle battute iniziali, si tratta dello scenario della complessità dell’ado­lescenza, nel corso della quale donne e uomini, alla ricerca di legittima autonomia, vanno aiu­tati a consolidare il proprio legittimo bisogno di accettazione e di appartenenza. Potrà anche l’edu­cazione alla fede cristiana offrire un tale aiuto, in vista della meta di un vissuto autentico, che rappresenti, cioè, pur nella provvisorietà di ogni stagione del tempo vitale, un punto fermo e una fonte di sicurezza per la crescita e la matu­razione personale?… L’Autore rilegge per noi la proposta di Joseph Ratzinger-papa Benedetto XVI, rivolta esplicitamente ai giovani (e all’essere umano in generale) in occasione delle celebrazioni della GMG (Giornata Mondiale della Gioventù).


Dall’Avvio alla lettura di Pasquale Giustiniani

Link acquisto: https://www.lavalledeltempo.com/giovani-fede-e-identita-un-percorso-di-crescita-con-benedetto-xvi/

venerdì 16 maggio 2025

Vademecum IRC: piccola guida pratica per la presa di servizio di Giuseppe Lubrino


I docenti di Religione Cattolica a causa della piaga del precariato, non di rado, si ritrovano a vivere momenti di disagio e di sconforto. In genere la condizione di “supplente” o “incaricato annuale” non è tra le più felici in Italia. Ciò amplifica ulteriormente lo sconcerto se ci si riferisce alla disciplina di Insegnamento della Religione Cattolica (IRC) la quale, mi sia consentito dirlo, è più nota per tutte le “etichette” negative che le sono state appioppate nel corso degli anni, che per il suo inestimabile valore pedagogico-educativo di cui è intrisa. Detto questo, con la presente riflessione, si intende fornire delle indicazioni pratiche che, potrebbero risultare utili per tutti i docenti che ricevono una supplenza o un incarico annuale e si trovano catapultati all’interno delle scuole di ogni ordine e grado, il più delle volte disorientati senza sapere a chi rivolgersi e come effettuare la “presa di servizio”. 
Marco stamattina mentre era a fare la spesa, ha ricevuto una chiamata dall’ufficio scolastico diocesano, ed è stato convocato per una supplenza presso una scuola secondaria di secondo grado. Per prima cosa egli si reca presso l’ufficio scolastico diocesano a ritirare la proposta di nomina. Dopodiché, raggiunge la scuola che gli è stata designata. Entra, saluta i collaboratori e chiede di essere presentato all’ufficio protocollo. In detto ufficio, Marco esibisce la proposta di nomina la quale poi deve essere sottoposta all’attenzione del Dirigente Scolastico perché l’ “intesa” possa realizzarsi. Ciò come viene regolamentato dall’intesa del DPR n.175 del 20 agosto 2012. Se vi si realizza l’intesa, la proposta di nomina viene protocollata. L’ufficio protocollo fornirà a Marco tutta una modulistica da compilare all’interno della quale il docente dovrà specificare i suoi dati personali, i titoli di insegnamento e indicare eventuali esperienze di servizio già svolte. 
A questo punto è opportuno che Marco si rechi presso l’ufficio didattico per farsi fornire le credenziali per l’accesso e l’utilizzo del Registro elettronico. Successivamente, Marco viene ricevuto dal Dirigente Scolastico il quale - in genere - gli tiene un breve colloquio conoscitivo. Nel migliore dei casi, a Marco gli vengono illustrate in maniera sommaria le esigenze educative dell’utenza e le linee pedagogiche adottate dalla scuola - per esempio - inclusione e partecipazione attiva dei discenti (come descritte nel PTOF). Dopo ciò, Marco riceve l’assegnazione delle classi e in questa fase - è molto importante - che egli prenda contatto con i rispettivi coordinatori delle classi. In tal modo, avrà la possibilità di farsi descrivere brevemente le caratteristiche generali dei discenti.
L’ ingresso in classe: Cosa fare? Che dire? Che lezione proporre? È buona norma ritagliarsi sempre del tempo per predisporre le lezioni che si intendono proporre ai discenti. Il primo giorno può essere molto importante puntare sull’osservazione e l’empatia. È bene che il docente appena mette piedi in classe si presenta e invita gli allievi a presentarsi a loro volta. Nel fare ció, può seguire l’ordine alfabetico dell’elenco classe presente sul registro elettronico. In genere, si può rompere il ghiaccio chiedendo agli allievi le loro generalità anagrafiche, le discipline che preferiscono, gli hobby a cui si dedicano. Così facendo, il docente pone in essere la relazione educativa che, come si sa, deve essere asimmetrica ma non rigida e dittatoriale. Adoperando il dialogo con gli studenti il docente potrà anche iniziare a redigere un piccolo prospetto in cui poter annotare eventuali problematiche di classe, attitudini o carenze disciplinari degli allievi. Tale buona pratica gli consentirà non solo di calibrare bene l’intervento didattico che desidera proporre la volta successiva ma anche di poter sviluppare e acquisire una buona gestione della classe. Prediligere - specialmente- la prima volta in classe l’aspetto relazionale può costituire una risorsa efficace per facilitare l’ideazione di un ambiente di apprendimento appropriato per il successo formativo dei discenti e per la buona riuscita dell’operato dei docenti. Il ‘dialogo’ tra docente e allievi è fondamentale per incentrare l’azione didattica sulla partecipazione attiva degli alunni piuttosto che basare il proprio insegnamento sulla mera trasmissione di nozioni e contenuti. Promuovere una ‘didattica inclusiva’ significa implementare fin dal primo giorno con gli alunni una dimensione dell’ ‘ascolto’ attento mediante l’impiego di uno stile dialogico informativo e formativo: il docente conosce gli allievi così da poter avviare una proposta di apprendimento a partire dall’esperienza dei giovani cui ha di fronte. Ciò allo scopo di rendere gli alunni dei protagonisti della costruzione del loro sapere e non già dei soggetti passivi.

sabato 10 maggio 2025

Leone XIV: quali aspettative? di Giuseppe Lubrino

 


“Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente […]. Il male non prevarrà! Siamo tutti nelle mani di Dio. Pertanto, senza paura, uniti mano nella mano con Dio e tra di noi andiamo avanti. Siamo discepoli di Cristo. Cristo ci precede. Il mondo ha bisogno della sua luce. L’umanità necessita di Lui come il ponte per essere raggiunta da Dio e dal suo amore […]. Sono un figlio di Sant’Agostino, agostiniano, che ha detto: “con voi sono cristiano e per voi vescovo”. In questo senso possiamo tutti camminare insieme verso quella patria che Dio ci ha preparato […]. Oggi è il giorno della Supplica alla Madonna di Pompei. Nostra Madre Maria vuole sempre camminare con noi, stare vicino, aiutarci con la sua intercessione e il suo amore”. 


Papa Leone XIV irrompe nella storia della Chiesa con  parole che infiammano e toccano il cuore di tutti! Un Papa che si contraddistingue per umiltà e sapienza. Si pone nei confronti del mondo con dolcezza, in punta di piedi, ma con chiarezza e autorevolezza di chi sa quello che dice. Un uomo dall’elevato spessore teologico-culturale, dí formazione agostiniana, cita la celebre domenicana, ‘Dottore della Chiesa’ e compatrona d’Italia e d’Europa ovvero santa Caterina da Siena! Cristo è il ‘Ponte’ e il centro dell’esistenza. Cristo costituisce il punto di partenza e il traguardo del cammino cristiano, è l’Alfa e l’Omega’. Gesù è il ‘buon pastore’ e la ‘Luce del mondo’, chiare, forti, incisive le citazioni tratte dagli scritti biblici giovannei. Omaggia con profondo rispetto, gratitudine il suo predecessore Papa Francesco. Infine, prima della Benedizione “Urbi et Orbi” un accorato appello ai fedeli ad ‘impugnare la corona del Rosario” e a rivolgersi con affetto filiale a Maria. Un Papa che vuole porre al centro del suo ‘monus’ petrino: “senza paura l’annuncio del Vangelo” in un mondo in continua trasformazione. Leone XIV vuole essere il Papa che attraverso il ‘dialogo’ desidera seminare nel campo del mondo la pace, da non intendersi come un ‘valore’ umano e astratto, bensì la ‘pace di Gesù Risorto’! L’esistenza credente si svolge nel ‘qui ed ora’ della storia ma tende alla ‘patria eterna’ del Cielo. Leone XIV non ha ‘paura’ di parlare della dimensione escatologica della fede! L’umanità desidera apprendere, sviluppare, acquisire una spiritualità profonda e incarnata. C’è bisogno di rinsaldare nel cuore del popolo di Dio la solidità della fede. Le persone hanno bisogno di un ‘conforto’, un ‘supporto’ e una ‘speranza’ concreta e trascendente al tempo stesso. Lo spaccato tra conservatori e progressisti sarà troncato o alimentato dall’elezione del nuovo Successore di Pietro Papa Leone XIV? Il Papa costituisce un punto di equilibrio tra i due fronti pare si dimostra essere il giusto ‘compromesso’ tra le due opposte fazioni e quindi il garante dell’unità. Papa Leone XIV è vicino alla gente ma al tempo stesso ci si augura che con rigore teologico sia chiaro nell’esposizione dei contenuti della fede, fermo nella sua missione di annuncio del Vangelo di Gesù Cristo. In tal senso è stata significativa anche la prima omelia di Leone XIV all’interno della quale è possibile ‘rintracciare’ il pensiero di Prevost. Egli parte dal fondamento biblico del ministero petrino (cf. Mt 16,16-18) e focalizza- nuovamente- la sua attenzione sull’identità e la centralità di Gesù Cristo. Rileva, inoltre, una delle endenze molto diffuse oggi all’interno di una certa ‘cultura’ contemporanea la quale, non di rado, riduce la figura di Gesù Cristo ad un semplice maestro e profeta umano. Papa Leone XIV afferma con chiarezza e fermezza quanto segue: Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, cioè l’unico Salvatore e il rivelatore del volto del Padre. Una concezione di Gesù a mero filantropo rischia di rendere la fede un ‘affare’ banale, senza senso. L’essere umano odierno si lascia,invece, più irrimediabilmente a attirare dai ‘nuovi idoli’ del tempo presente: sicurezza (autoprodotta), tecnologia, potere, denaro, successo, piacere. 

Si leggano ancora le sue parole:


Eppure, proprio per questo, sono luoghi in cui urge la missione, perché la mancanza di fede porta spesso con sé drammi quali la perdita del senso della vita, l’oblio della misericordia, la violazione della dignità della persona nelle sue forme più drammatiche, la crisi della famiglia e tante altre ferite di cui la nostra società soffre e non poco.


La Chiesa di Leone XIV intende porsi a servizio dell’umanità con la seguente consapevolezza: 


Essa sia sempre più città posta sul monte (cfr Ap 21,10), arca di salvezza che naviga attraverso i flutti della storia, faro che illumina le notti del mondo.


Ebbene, occorre ora lasciar governare la barca di Pietro al suo nuovo Pastore. Tuttavia, le premesse fin qui evidenziate lasciano ben sperare che, il Nuovo Successore di Pietro sulla scia dei suoi predecessori intende promuovere una rinnovata riscoperta della fede ponendo la figura di Cristo al centro del suo insegnamento, esortando a riscoprire la devozione autentica a Maria, riaffermare dimensione escatologica della fede ovvero la vita eterna. 

Questi tre aspetti sembrano caratterizzare il nuovo ponteficato di Leone XIV. 



mercoledì 7 maggio 2025

Attendere nella preghiera: breve commento all’omelia del cardinal Re di Giuseppe Lubrino




Nell’Omelia del cardinal Re in occasione della “Missa Pro Eligendo Pontefice” si fa sempre più viva e forte la speranza che i cardinali “assistiti” dallo Spirito Santo eleggano il nuovo Papa. Dal testo emerge il ritratto di una Chiesa che,nonostante, la complessità del tempo presente, desidera ‘concordia’, ‘comunione’ e ha tra le sue ‘priorità’ quella di ‘tendere la mano’ all’unanimità odierna per poter testimoniare l’amore di Gesù Cristo. Si legga un estratto: 


Negli Atti degli Apostoli si legge che, dopo l’ascensione di Cristo al cielo e in attesa della Pentecoste, tutti erano perseveranti e concordi nella preghiera insieme con Maria, la Madre di Gesù (cfr. At 1,14). È proprio quello che anche noi stiamo facendo a poche ore dall’inizio del Conclave, sotto lo sguardo della Madonna posta a fianco dell’altare, in questa Basilica che si eleva sopra la tomba dell’Apostolo Pietro. 


Un conclave che sceglie di porsi sotto il manto protettore di Maria affinché si ci possa adoperare per donare alla Chiesa il successore dell’Apostolo Pietro che ha il compito di custodire, confermare e guidare i credenti nella fede. Si ribadisce anche l’ urgenza e l’esigenza di incrementare all’interno della coscienza ecclesiale una logica di ‘comunione’ per favorire l’annuncio del Vangelo in un mondo che cambia. La Chiesa vuole essere una “Casa e una Scuola di Comunione”, riscoprire la dimensione fraterna della fede, fare ‘rete’, promuovere il ‘dialogo’ e il ‘confronto’ lasciandosi sorreggere e guidare dagli insegnamenti della Parola di Dio risultano essere elementi indispensabili per una crescita e una maturazione nella fede. Pertanto, si auspica che il Signore doni presto un nuovo ‘pastore’ al suo gregge e nel frattempo si raccomanda la preghiera perché il “depositum fidei” possa essere presto confermato e custodito. 


domenica 27 aprile 2025

Recensione: M. Saudino, “Anime fragili: un viaggio con Platone e Aristotele tra le vulnerabilità del nostro tempo”, Einaudi (22 aprile 2025), pp. 152, € 16,16. di Giuseppe Lubrino


Il docente ventennale di filosofia e noto YouTuber Matteo Saudino, creatore del canale “Barbasophia”, ha pubblicato un nuovo libro intitolato “Anime fragili: un viaggio con Platone e Aristotele tra le vulnerabilità del nostro tempo”. L'opera si propone di analizzare le fragilità esistenziali che definiscono il contesto socio-culturale contemporaneo, offrendo una lettura attuale e, per certi versi, "terapeutica" dei due pilastri del pensiero occidentale Platone ed Aristotele. Si legga quanto segue: 

Se la filosofia è una cassetta degli attrezzi per orientarsi nella qcomplessità della realtà, allora ecco che Platone e Aristotele sono la chiave a stella e il cacciavite per decodificare il mondo e per provare ad affrontare le tante fragilità che lo caratterizzano. (Cf. M. Saudino, “Anime fragili: un viaggio con Platone e Aristotele tra le vulnerabilità del nostro tempo”,Einaudi (22 aprile 2025), p.19). 


Saudino muove da un assunto, per lui evidente ma che non si impone come universalmente condiviso: la società postmoderna, dopo aver interiorizzato "la morte di Dio" e trovandosi intrappolata nel nichilismo, sembra incapace di riprendersi. Questa condizione ha generato diverse forme di paure e fragilità. Saudino sostiene che sia necessario trovare il coraggio di "affrontarle" e "guardarle in faccia" per individuare, a partire da esse, possibili percorsi per ritrovare la gioia di vivere. A partire da queste acquisizioni, Saudino, con chiarezza espositiva e con energica tensione, prende in considerazione le varie forme di fragilità odierne e cerca di individuare e indicare, nel pensiero dei due grandi filosofi, delle possibili soluzioni. Il primo ostacolo da superare, secondo il filosofo, risiede nella "solitudine", evidenziando uno dei paradossi più tragici dell'epoca contemporanea: in una società iperconnessa, dove l'avvento dei social avrebbe dovuto ridurre le distanze tra le persone, si osserva con evidenza un crescente senso di solitudine e un'accentuata tendenza all'individualismo. Si è persa la capacità di coltivare, sviluppare e costruire relazioni interpersonali solide. Ciò - si pone in evidenza nel testo - è generato dalla ‘società liquida’ così come teorizzata dal celebre sociologo Bauman e dal ‘desiderio magnetico’ del consumo. 

A questa "sfida", Saudino contrappone il valore dell'amicizia, analizzandone le implicazioni nel pensiero dello Stagirita e di Platone. Particolarmente suggestiva è la proposta di Saudino relativa alla celebre opera "Etica Nicomachea", che il filosofo antico dedica al figlio. In quest'opera, Aristotele esplora le virtù, asserendo che senza di esse l'essere umano non solo non può vivere pienamente, ma non potrà mai raggiungere la felicità. Per Aristotele, la 'corona' delle virtù è la phronesis, ovvero la capacità di vivere secondo ragione, di compiere scelte finalizzate al bene. Dopo aver trattato di ciò, Aristotele si concentra sull'amicizia. Il professore Saudino cita un brano dell’opera e argomenta che il valore dell’amicizia secondo l’acuta visione dello Stagirita si esprime attraverso tre finalità fondamentali: l’utile, il piacere e il bene. Quest’ultima finalità risulta essere terapeutica, liberante, appagante e pone fine al senso di solitudine che opprime e svilisce. Il primo tipo di amicizia è  basata sul supporto reciproco e sul vantaggio che se ne può trarre, il secondo tipo,invece, sulla piacevolezza come può essere quella di condividere una passione in comune; il terzo tipo di amicizia è fondata sul bene, l’amico è apprezzato per il valore in sé e non per il vantaggio o il piacere che si può ricavare. Saudino poi passa a narrare alcune esperienze concrete in cui il valore dell’amicizia può di fatto essere coltivato e posto in essere e pone in luce che anche la scuola risente di una certa solitudine: voti, competizione e prestazione. Occorre,invece, promuovere spazi di gioia e emancipazione umana. Detto questo, si passa alla seconda forma di fragilità odierna ovvero la mancanza di dialogo e confronto. Saudino pone come segue la questione: 


La tecnologia che accorcia le distanze e facilita le comunicazioni le rende al contempo anonime, spesso vuote e omologate. Ciò comporta mancanza di dialogo, confronto e soprattutto deresponsabilizzazione. Abbiamo tanti mezzi, ma la domanda è: per comunicare che cosa? Cf. M. Saudino, “Anime fragili: un viaggio con Platone e Aristotele tra le vulnerabilità del nostro tempo”,Einaudi (22 aprile 2025), p.47). 


Sulla base sempre del pensiero di Bauman ritiene che l’iperconnessione odierna dovuta ai potenti mezzi di comunicazione ne ha in maniera paradossale svuotato il senso. Saudino con particolare riguardo propone un’attuslizzazione del mito platonico di “Theuth” ambientato nell’antico Egitto, il quale denota la perenne esigenza di porre sempre in armonia le due modalità di espressione umana la scrittura e L’oralità. La scrittura è uno strumento per preservare la memoria, l’oralità,invece, indica la capacità di dialogo d confronto che favorisce e sollecita la crescita della persona umana. Si legga quanto segue: 


Il dialogo orale per Platone è infatti un intreccio di anime. E noi oggi, immersi nella fragilità delle distanze, abbiamo terribilmente bisogno di intrecciare le nostre anime, di prenderci il tempo per dialogare e confrontarci, guardandoci negli occhi, sentendo il suono delle nostre voci e l’odore dei nostri corpi. Abbiamo bisogno di smarrirci nel rumore della discussione per ritrovarci come soggetti capaci di crescere sotto l’aspetto sia razionale sia emozionale. Vivere significa relazionarsi, e vivere bene nella società (scuola, lavoro, tempo libero) significa sapersi relazionare innanzitutto con sé stessi, poi con gli altri. (Cf. M. Saudino, op. cit, p.50). 


Superare la fragilità della solitudine e la mancanza di dialogo implica per l'uomo contemporaneo lo sforzo di riappropriarsi di un'identità più definita e delle proprie capacità comunicative, al fine di rinforzare la propria dimensione affettiva ed emotiva. Saudino individua, inoltre, nella crisi politica, nella perdita di valori, nell'inquietudine tecnologica e nella rimozione della morte, altre forme di fragilità che affliggono l'esistenza umana odierna. Per affrontare queste sfide, Saudino suggerisce di trarre insegnamento dai grandi pensatori occidentali, considerandoli come possibili guide per curare le patologie esistenziali del nostro tempo. Infine, Saudino ritiene che bisogna recuperare l’ Aion del tempo ovvero la sua dimensione eterna e qualitativa e deporre,invece, Crono che si riferisce alla dimensione croce quantitativa. Ciò al fine di rendere l’esistenza umana un’avventura e un’esperienza degna di essere vissuta. Si legga quanto segue: 


Agostino di Ippona; secondo il padre della filosofia cristiana, il tempo è distensio animi, ossia una distensione, un allungamento dell’anima. L’anima si protende infatti nel passato, che è in noi per mezzo della memoria (ossia il ricordo di eventi), nel presente vero e proprio, sotto la forma dell’attenzione per ciò che accade sul momento, e nel futuro, dove si manifesta come attesa per i fatti venturi. (M. Saudino, op. cit. p. 133).  


Il filosofo saudino guida i lettori al cuore della cultura e del pensiero di Platone e Aristotele, offrendo una prospettiva solida come una scialuppa in un mare in tempesta. Immergersi in queste pagine significa navigare tra le onde del caos contemporaneo per approdare in un porto sicuro. Qui, i lettori avranno l'opportunità di comprendere meglio se stessi, gli altri e il mondo, acquisendo uno "sguardo" nuovo e nitido sulla realtà. 


venerdì 25 aprile 2025

“Marco: Un Vangelo per Credere, Convertirsi e Rinascere” di Giuseppe Lubrino


L'evangelista Marco, intorno agli anni 60 d.C.a Roma, redige il suo racconto della vita e dell'opera di Gesù di Nazareth. Si apprende dalla Tradizione che Marco era uno stretto collaboratore di Pietro e Paolo e cugino di Barnaba. Marco, proveniente da una famiglia aristocratica, disponeva di due nomi: "Giovanni detto Marco". Secondo l'ipotesi di diversi esegeti, tra cui l'olandese Benoît Standaert ("Marco: Vangelo di una notte vangelo per la vita", EDB, 1 gennaio 2012, pp. 936), Marco era figlio di una coppia di aristocratici che ospitarono Gesù durante l'“Ultima Cena” nel cenacolo, che divenne la prima comunità cristiana. Oltre a ciò, in ambito esegetico si è anche ipotizzato che il racconto marciano relativo all'episodio del Getsemani riveli un particolare interessante, identificando nel "giovane che lasciò il lenzuolo e fuggì via nudo" (cf. Mc 14, 51-52) proprio lo stesso evangelista Marco. Tali informazioni consentono di esplorare e comprendere l’ambiente in cui è sorto il primo e il più antico dei Vangeli. Standaert sostiene che il Vangelo secondo Marco si basi sull'Haggadah ebraica, ovvero il racconto che gli ebrei celebravano durante la Pasqua ebraica, commemorando la liberazione del popolo di Israele dalla schiavitù in Egitto. Questo momento conviviale rappresentava un'importante occasione per la trasmissione della memoria e dell'identità culturale del popolo ebraico. Marco, ispirandosi a questa tipologia narrativa, redige il suo racconto, identificando in Gesù il Figlio di Dio, il Messia atteso da Israele, colui che libera l'umanità dal male e dalla morte. Inoltre, Marco scrive la sua opera per istruire un gruppo di neofiti che, all'interno della comunità di Roma, dovevano ricevere i sacramenti dell'iniziazione cristiana: battesimo, eucaristia e confermazione. Nella Chiesa antica, questi sacramenti costituivano un tutt'uno, poiché i neofiti seguivano una preparazione (catecumenato, educazione alla fede) della durata di circa tre anni. Il racconto di Marco è stato definito una lunga introduzione alla Passione di Gesù. Tuttavia, l’intera narrazione ruota intorno all’identità di Gesù: Chi è Gesù? Per Marco é il Figlio di Dio, Salvatore dell’umanità, colui nel quale le profezie dell’Antico Testamento si compiono e si realizzano. Marco ignora l’infanzia di Gesù e fa iniziare il suo racconto partendo da ministero di Giovanni il Battista inquadrato come l’ultimo dei profeti e che da Marco é posto quasi come l’anello di congiunzione tra l’Antico e il Nuovo Testamento. Il Vangelo secondo Marco persegue due obiettivi fondamentali: rivelare l'identità di Gesù e indicare come l'umanità deve relazionarsi con la sua persona e la sua opera di redenzione. In altre parole, l'essere umano è invitato, di fronte al messaggio salvifico del Regno di Dio, a convertirsi, credere e poi battezzarsi.


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